I quarant’anni passati sono un tempo congruo per una valutazione storica sulla più devastante catastrofe naturale avvenuta in Italia prima dell’attuale pandemia. La violentissima scossa del 23 novembre del 1980 seminò morti, feriti e terrore nell’Appennino meridionale e suscitò la più grande solidarietà mai realizzata tra Nord e Sud nella storia italiana, con l’invio di consistenti aiuti e l’arrivo di un numero impressionante di volontari. Ma nel giro di pochi anni tutto questo si trasformò nel principale argomento per motivare il disimpegno della nazione verso i suoi territori in difficoltà. A determinare il passaggio dalla condivisione iniziale alla condanna senz’appello e addirittura al rancore permanente di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica fu la lunga, dispendiosa, clientelare, affaristica ricostruzione, una delle pagine più controverse nella storia delle classi dirigenti meridionali nel rapporto con lo Stato italiano.


Se, dunque, il terremoto del 1980 può essere considerato uno spartiacque nella vita di milioni di persone, la ricostruzione lo fu anche nella storia politica d’Italia, con conseguenze allora inimmaginabili nel rapporto Nord-Sud, alimentando a piene mani l’antimeridionalismo della Lega di Bossi. Nonostante l’impegno generoso di decine di amministratori, il dopo-terremoto divenne la metafora dell’inefficienza, del malgoverno e del malaffare. Erano false queste accuse? No. Ci furono esagerazioni? Sì. Ma il fondo clientelare e affaristico dell’operazione sopravanzò di gran lunga tutto il resto. Per alcuni anni sembrò che una ripresa fosse stata innescata, ma presto ci si accorse che l’economia era stata drogata dalle opere pubbliche e dal ciclo edilizio. Sembrò anche che si fosse consolidato una industrializzazione (anche se estranea alle vocazioni dell’area) ma presto ricominciò l’emigrazione. Si spostarono paesi per ricostruirli altrove e si favorì la ricostruzione di abitazioni fuori dai centri storici: si ebbe di nuovo una casa ma si persero i paesi, come ricorda Franco Arminio.


Il leghismo in Italia si è alimentato fin dalla sua nascita da un modo particolare di presentare i problemi del Sud. I Leghisti (quelli che, cioè, sostengono che i soldi al Sud sono sempre uno spreco) e i Sudisti (quelli che, invece, sostengono che solo errori di altri hanno causato il ritardo meridionale) si legittimano reciprocamente. Quando le tragedie che la natura e la storia riservano da sempre al Sud vengono trasformate in “occasioni di sviluppo” e allo Stato si richiedono enormi risorse come “risarcimento” per l’abbandono del passato, il meridionalismo viene svilito a “rivendicazionismo risarcitorio”, perdendo la sua attrattività morale e culturale. Al contrario, la politica per il Sud deve essere guidata da un bisogno di equità, di giustizia sociale e territoriale, di cui innanzitutto l’Italia ha un grande bisogno. E fu proprio questo approccio occasionista e risarcitorio a prevalere sia nella Dc di De Mita e Pomicino, sia nel Pci che guidava all’epoca Napoli e viveva nella paura che la situazione sociale potesse sfuggire di mano. Le intenzioni del dopo-terremoto si caricarono di queste motivazioni: utilizzare nelle zone interne le opere pubbliche per uscire dall’isolamento storico; rispondere con un nuovo ciclo edilizio alla crisi industriale e sociale che attanagliava Napoli. Fu questa idea del terremoto come compensazione per i torti subiti dalla storia, unita ad una politica clientelare e affaristica, a determinare la trasformazione delle camorre napoletane da criminalità predatoria e parassitaria a parte del mondo imprenditoriale, anche in luoghi dove storicamente erano state inesistenti, come le aree interne.


Il dopo-terremoto del 1980 è stato una delle tante rivoluzioni passive della storia meridionale. Ha prodotto dei cambiamenti evidenti ma non ha scavato sotto la scorza del sottosviluppo: un modello di intervento pubblico non più da ripetere. Se si vuole essere convincenti nel chiedere una svolta verso il Sud, non si può essere tolleranti verso gli errori del passato e del presente, ieri sul terremoto e oggi sulla sanità.

Isaia Sales

da il quotidiano Domani del 21 novembre 2020






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