Quando approdai nella redazione napoletana de “l’Unità”, a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, non avevo nessuna intenzione di fare il giornalista. I miei interessi, infatti, erano tutti rivolti alla letteratura, alla quale ingenuamente pensavo di potermi dedicare completamente. Avevo poco più di venti anni, e idee molto confuse, anche perché in quei pochi anni di vita avevo già conosciuto il lutto, la malattia, e la traumatica espulsione dal liceo per motivi politici (con Eugenio Donise e pochi altri avevamo promosso – a pochi anni dal ’68 – iniziative ritenute sovversive dal preside, Felice Alderisio, socialista, perdipiù).
Avevo scritto qualche recensione per “Cronache meridionali”, la rivista diretta da Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano che voleva essere antitetica rispetto a “Nord e Sud” del “barone” Compagna (come, con disprezzo misto ad ammirazione, era definito l’illustre meridionalista), grazie all’amicizia con Lina Tamburrino, che di “Cronache” era redattrice con Mariano D’Antonio. E fu proprio Lina, che era passata all’”Unità, a farmi la proposta: lavorare per un mese in redazione, svuotata dalle ferie estive. “Una piccola digressione – la definì – che non potrà farti che bene”.
Accettai, e così entrai in redazione, che non stava ancora in via Cervantes, ma in via Toledo, “palazzo Motta”, come veniva definito. Era un periodo di grandi cambiamenti. Il capocronista, Andrea Geremicca, era stato eletto segretario della Federazione e sostituito, al giornale, da Ennio Simeone, che veniva da Roma col mandato di fare delle pagine con più servizi giornalistici e meno bollettini di partito. Irpino di salde convinzioni, nessun problema di autostima, di modi bruschi quando lo riteneva necessario, Ennio non era certo un tipo “facile” con cui lavorare d’amore e d’accordo. In più, credo che avesse un forte disprezzo per chi, ai suoi occhi, confondeva letteratura e giornalismo. Però quando il mese di sostituzione finì, fu lui a propormi di continuare, naturalmente come “volontario” (cioè senza nessuna retribuzione).
Non esitai molto a dire di sì. L’esperienza fatta tutto sommato mi era piaciuta. In più, non avevo altre prospettive di lavoro e non mi sentivo pronto a trasferirmi in altre città, a Roma o a Milano, come facevano molti dei miei compagni di strada. Per la letteratura ci sarà sempre tempo, mi dissi, e mi buttai nell’avventura.


La redazione mi accolse bene, e questo fu decisivo per un insicuro, patologicamente timido come me. A distanza di tanti anni c’è il rischio di tratteggiare un quadro idilliaco, ma è un dato di fatto, non mi sono mai sentito un estraneo, nella piccola redazione di via Cervantes (dove c’eravamo trasferiti). C’erano Giulio Formato, un ex operaio dispensatore di detti popolari spesso divertenti; Eleonora Puntillo, instancabile denunciatrice di abusi edilizi che stavano completando la devastazione laurina di pochi anni prima; Sergio Gallo, entrato come fattorino e capace di trasformarsi in redattore; Franco de Arcangelis, ufficialmente raccoglitore di pubblicità ma anche lui pronto a trasformarsi in giornalista; Michele Muro, che si occupava del Napoli ed era ferroviere. Dopo poco arrivò Geppino Mariconda, “nerista” di qualità.
Di Lina Tamburrino ho già detto, ma purtroppo la sua permanenza fu abbastanza breve. Si trasferì alla sede centrale, per poi diventare per molti anni corrispondente da Pechino.
Erano anni difficili. Esaurito il fenomeno Lauro, in città dominava Gava, meno rozzo ma non meno nefasto, e il cui potere sembrava inscalfibile. Nel partito, tanto per cambiare, ci si lacerava: sulle prospettive politiche, sulla linea, ritenuta da alcuni troppo incerta, sul rapporto con l’URSS e su come affrontare la “questione” studentesca, specialmente dopo l’esplosione del ’68. E tutto questo, naturalmente, aveva riflessi anche in redazione, dove si discuteva di tutto, c’erano scazzi, ma senza che mai venisse meno il rispetto verso i compagni. C’era solo un tabu, e riguardava quella che per me era una certa Francesca, di cui qualche volta veniva fatto il nome con aria misteriosa. Indagai, e fu facile scoprire che si trattava di Francesca Spada, redattrice del giornale, suicidatasi qualche anno prima. Del suo suicidio, e di quello del grande matematico Renato Caccioppoli, una regola non scritta voleva che si parlasse il meno possibile. Un rivoluzionario che mette fine ai suoi giorni era considerato un nonsenso. Ma, purtroppo, ce ne sarebbe stato anche un altro: lo scrittore Luigi Incoronato, che era un carissimo amico nonostante la differenza di età.
Di una cosa sono particolarmente fiero. Di essere riuscito, nonostante la carenza di soldi e di spazi, a fare ogni giorno una “mezza pagina” culturale che doveva essere, e in gran parte fu, un segno concreto di apertura al nuovo, un gesto di rottura con una tradizione in cui non ci si riconosceva più. Il teatro non era solo Eduardo, la pittura non era solo neorealista. La “Nuova compagnia di canto popolare” (Roberto De Simone veniva a portare i comunicati sugli spettacoli della NCCP), “Falso Movimento”, “Teatro Studio” di Caserta, trovarono incoraggiamenti e solidarietà. Esordienti che sarebbero diventati famosi, come Mario Martone, Toni Servillo, Antonio Neiwiller, Annibale Ruccello, Mario e Marialuisa Santella ebbero dalle pagine dell’”Unità” sostegno e visibilità.
Altra notazione importante: non c’era inviato della stampa “borghese” che non facesse una sosta più o meno lunga in via Cervantes. E dal momento che la cronaca, a Napoli, era prodiga di avvenimenti – dal colera all’elezione di Maurizio Valenzi a sindaco, dalle guerre di camorra alla chiusura dell’Italsider – si può dire che ci fosse sempre qualcuno della “grande” stampa a passare qualche ora in redazione, per scambiarsi opinioni, fare previsioni, attingere notizie di prima mano.
Insomma, farà un po’ ridere dirlo, non eravamo male. E c’è una prova inconfutabile di questa affermazione. Nessuna redazione in Italia ha prodotto tanti futuri direttori e vicedirettori di giornali – da Marco Demarco ad Antonio Polito, da Gigi Vicinanza a Federico Geremicca – arrivati non ancora ventenni e messi subito in grado di mostrare le loro qualità.
Felice Piemontese

ENNIO SIMEONE/5 https://www.centoannipci.it/2021/03/20/il-sabato-de-lunita-non-era-via-cervantes-allinizio-ma-sempre-ragazzi-erano-5-ennio-simeone/

VITO FAENZA/4 https://www.centoannipci.it/2021/03/13/i-ragazzi-di-via-cervantes-4-la-lotta-alla-camorra-fatta-anche-con-un-giornale-lunita-di-vito-faenza/

ROCCO DI BLASI/3 https://www.centoannipci.it/2021/03/06/i-ragazzi-di-via-cervantes-3-la-seconda-meta-degli-anni-70-di-rocco-di-blasi/

BENITO VISCA/2 https://www.centoannipci.it/2021/03/03/i-ragazzi-di-via-cervantes-2-benito-visca-al-giornale-a-scuola-di-operai-e-scrittori/

LUIGI VICINANZA/1 https://www.centoannipci.it/2021/02/27/i-ragazzi-di-via-cervantes-lunita-di-luigi-vicinanza/

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2 commenti

  1. Ho vissuto quei momenti cari Compagni.La meglio gioventu per davvero.I festival Provinciali e quelli Nazionali….i migliori anni della mia vita.

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