Nando Morra ci fa pervenire questo intenso quadro di due protagonisti a Montescaglioso delle lotte di liberazione del lavoro nel Mezzogiorno. Il pezzo è di Nicola Filazzola, scrittore, poeta e artista materano. Li ringraziamo entrambi e ben volentieri pubblichiamo.

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Ho conosciuto Ciro Candido e Vincenza Castria alla fine degli anni ’60. Non si poteva conoscere l’uno separatamente dall’altra e viceversa. La storia di questi due coniugi si intreccia con le lotte che videro i contadini dell’agro del materano battersi, insieme ai braccianti e ai disoccupati di tante aree del Mezzogiorno, per la conquista di un pezzo di terra, assegnazione sempre promessa alla vigilia di ogni mutamento politico e sociale, e sempre puntualmente negata. I fatti di sangue, che quegli avvenimenti produssero, si verificarono un po’ ovunque (in Sicilia, in Calabria a  Melissa) sconvolgendo l’esistenza di molte famiglie, di molte comunità. La morte si fermò anche in Basilicata, a Montescaglioso, una fredda notte di dicembre del 1949. A cadere, per il fuoco partito dall’arma di un agente di polizia, fu Giuseppe Novello. Vincenza, la giovane moglie e Filippo, il loro bambino (non aveva ancora quattro anni) rimasero entrambi privi del marito e del padre. Fu in seguito a questo triste episodio che Ciro, giovane guida dei comunisti di Montescaglioso, e Vincenza si conosceranno. Per la bracciante del piccolo paese della collina materana (poche scuole, nessuna formazione particolare) il dolore si trasforma in azione politica, il privato, l’intimo, diventano pubblico. Ciò che  è accaduto non è stato un incidente, un capriccio della Storia, ma un atto criminoso perpetrato, con inaudita ferocia, contro il mondo disperato della campagna. Parte da qui, da questa presa di coscienza, l’impegno di Vincenza a non chiudersi, ma a dare, a quanto di doloroso le ha riservato la vita, un senso, ovvero, che il mondo si può cambiare, che va cambiato se si vuole uscire dal cono d’ombra nella cui oscurità la Storia ha confinato le popolazioni meno abbienti. Non era frequente, in questa parte del sud, vedere la donna condurre a fianco degli uomini le stesse battaglie: quelle di Vincenza e Ciro, per il superamento delle disuguaglianze e per l’affermazione dei valori democratici. Nulla da spartire con le donne viste razziare accanto ai briganti, una pagina questa che non si ha difficoltà a definire tra le peggiori scritte dalla Basilicata. Una ragione in più per riconoscere a questa donna profondamente mite, ma di saldi principi, il merito di aver tirato fuori, nel momento peggiore della propria esistenza, il coraggio di rompere la tradizione che voleva la donna vivere la sofferenza chiusa dentro le mura di casa. Scelta non affatto facile, << La resistenza della mentalità dominante è uno dei maggiori fattori frenanti della Storia>>, E.  Labrousse.

L’abbraccio della stessa causa porterà Ciro e Vincenza a legarsi anche sentimentalmente. Nel 1952 Candido è eletto sindaco. La mattina del giorno dell’insediamento, previsto per il pomeriggio, viene arrestato. Erano passati solo due anni da quando un altro sindaco, il socialista e poeta di Tricarico Rocco Scotellaro, era finito in carcere anche lui senza aver commesso alcun reato. Sorte peggiore toccò a Nicola Montefinese, giovane sindaco socialista di Ferrandina; nel 1921 fu assassinato da due sicari nel suo ufficio del Palazzo di Città (aveva solo ventisei anni ed era tornato dal fronte con una gamba spappolata). Questa era la risposta della conservazione contro chi si esponeva a difesa della società più debole. Passeranno alcuni mesi prima di vedere Ciro Candido esercitare pienamente le funzioni di primo cittadino. Persona fiera anche nell’aspetto, Ciro univa al rigore del militante un finissimo sarcasmo. La durezza dello scontro politico  non aveva scalfito la sua natura di uomo capace di ironia; sapeva cogliere dagli eventi, anche i più dolorosi, gli aspetti positivi. L’esponente politico di Montescaglioso non era un frequentatore abituale della Federazione Comunista di Matera, della quale nutriva, nonostante gli sforzi fatti da Domenico Notarangelo durante la sua direzione (1970-1976) limiti e inadeguatezze. Frequentatore assiduo, invece, era il figlio Franco che, all’uscita dalla scuola, arrivava al partito, dopo una lunga corsa, per ritirare il “materiale politico”: manifesti, volantini, tessere da portare al paese. Gli interventi di Candido nelle riunioni del comitato federale che spesso mi capitava di seguire, pur non avendone mai fatto parte, erano improntati alla concretezza. A differenza del Candido di Voltaire, che scoprirà solo tardi i valori delle cose vere, il nostro Candido li conoscerà subito. L’esperienza di amministratore gli aveva fatto conoscere da vicino i problemi reali delle famiglie: il lavoro, la casa, la salute. Intransigente sino all’ultimo, Ciro è stato,  del suo Comune, per tanti anni, il rappresentante politico più autorevole. Fedele al processo di emancipazione dei dimenticati, non si sottraeva al confronto, sia nelle istituzioni (è stato Consigliere Provinciale più volte) che nella vita di partito. I problemi di Montescaglioso cominciano a sorgere, per poi esplodere nelle forme che abbiamo conosciuto, quando Candido,” per raggiunti limiti di età” ( in realtà per la guerra di potere che  si ingaggia al combattente di tante battaglie, le quali, prima ancora di essere state politiche, si sono affermate per l’alto valore civile ), non  ricopre più alcun ruolo, né di partito, né pubblico. Parlando di lui non posso non ricordare anche quegli uomini che hanno condiviso gli stessi non facili momenti: Nicola Cataldo di Pisticci, Domenico Costantino di Irsina, Pietro Daraio di Grassano,  Francesco Calviello di Matera; come non posso trascurare di ricordare il loro lavoro  paziente, laborioso, spesso svolto in solitudine, con scarsi mezzi, indirizzato ad abbattere le divisioni sociali, così dure da sopportare negli anni immediati al conflitto mondiale. Sono stati tutti questi uomini  con le loro qualità e i loro limiti a strappare alla massa ciò che abbiamo cominciato a chiamare popolo lucano. Persone che si sono caricate di responsabilità molte volte superiori alle loro stesse forze, che hanno pagato con il carcere, i processi, le privazioni, l’aver preso posizione in favore delle classi sociali più bisognose. Un patrimonio politico inedito a cui non si è mai reso sufficiente riconoscimento, come se le tante conquiste ottenute fossero state calate dall’alto  e non fossero, invece, frutto dell’azione di chi non era più disposto a tollerare le ingiustizie sociali, rese ancora più insopportabili, per il dilagare della miseria che  gli anni di guerra e una gestione della terra di tipo feudale avevano in modo impietoso accentuata. A loro, quando poco più che ragazzo scelsi di iscrivermi al PCI (non era di moda fare il comunista nella terra di Colombo, l’aspirazione per un giovane era il posto fisso, e non era il partito comunista che poteva assicurarglielo), andarono subito le mie ammirazioni. Di questi uomini ciò che più mi impressionava era la loro vita austera, lo stile improntato a misurare le parole. Per questi dirigenti della sinistra più accesa nelle lotte per il riconoscimento delle condizioni estreme cui erano costretti a vivere gli ultimi (per le responsabilità di un potere miope occupato a vedere crescere il proprio disfacimento, e perciò incapace di leggere lo stato di degrado raggiunto dalla parte più povera della popolazione della Basilicata), non esisteva altro mondo che quello dell’impegno politico; non c’erano soste davanti ai bar, chiacchiericci. Un’esistenza così dura sarebbe stata difficile da condurre senza forti ideali e passione.

Siamo diventati, purtroppo, una regione che non trattiene niente, ci lasciamo scivolare tutto con grande disinvoltura e perciò tutto rimane tale e quale. Ciro Candido è andato via così come ha cominciato, non ha mercanteggiato la sistemazione dei propri figli nei sotto-uffici della Regione. Li ha visti andare via (Filippo, Franco e Lucio), a cercare altrove gli sbocchi professionali. Come il padre dei comunisti del materano Michele Bianco (il deputato che sin dal suo primo ingresso in Parlamento pose il problema della condizione disumana dei contadini e dei braccianti lucani), Ciro è rimasto a vivere in una casa popolare dove, tutte le volte che salivo al paese, non era raro che tornassi a salutarlo. Di quegli incontri, sempre pieni di cordialità, a colpirmi erano gli occhi umidi di Vincenza, le sue pupille come pietrificate. Non occorreva grande fatica per leggervi, a distanza di anni da quella notte tragica, i lampi dello sparo , un non mai placato terrore. Un percorso, quello di Ciro e di tanti altri protagonisti della vita politica e sociale delle nostre comunità, che incise profondamente nelle coscienze delle popolazioni, tanto da portare la sinistra comunista di Basilicata a essere tra le più forti del Paese. Una classe dirigente, quella che si era formata nelle lotte per la terra, che Gramsci  non avrebbe esitato a definire aristocratica, per le qualità morali e per le competenze acquisite a stretto contatto con i problemi della gente. Sono state le loro voci a dare la parola ai contadini più poveri, che hanno aiutato il mondo rurale a uscire dalla secolare condizione di abbandono e arretratezza; l’ultimo sussulto di una realtà in progressivo disfacimento: basta affacciarsi nei comuni (i più, conservano ancora “l’aspetto severo e terribile” dei paesi descritti da Levi nel suo “Cristo”, lugubri presenze che fanno la felicità degli esteti dell’angoscia), per costatarne lo sfascio fisico, oltre che morale e civile. Una pagina della quale andare fieri che la nuova generazione di politici (alla guida delle comunità oggi arrivano personaggi pieni di boria, espressioni della vanità più accesa, sul piano etico, Croce, si sarebbe coperto gli occhi, per lo sconforto, nel vedere come costoro  esplicano le funzioni di amministratori della cosa pubblica) si è buttato alle spalle. Il risultato è stato lo stravolgimento del significato stesso di sinistra. I rabberciamenti apportati a ogni cambio di stagione sono serviti solo a prolungare la permanenza al potere di un personale politico dedito esclusivamente alla cura di se stesso. Ciò ha dato luogo, e non poteva essere diversamente, conoscendo gli attori, a un vero sistema di degenerazione politica. In termini figurati, significa aver prodotto soltanto macerie, la più pesante, aver permesso l’estrazione del petrolio. Questo non mi impedisce di aggiungere (non farlo, si commetterebbe una grave ingiustizia nei confronti di coloro che si sono accostati alla politica anteponendo, agli interessi personali, l’affermazione degli ideali socialisti) che fenomeni poco edificanti: la presenza dell’avventuriere tra le file della sinistra, non ci siano stati un po’ ovunque, anche in tempi lontani da noi. Non sono mancati, anche nei momenti più fulgidi della vita delle organizzazioni degli operai e dei contadini, i frusculi e i frusculicchi. Basta andare a rileggere Gramsci, fustigatore di “mandarini” e “carrieristi”, per avere conferma di come il movimento operaio e sindacale fosse stato attraversato, sin dalle sue origini, anche da opportunisti, da personaggi poco raccomandabili. La vicenda umana e civile di Ciro e Vincenza, ancora oggi, per chi è assetato di quei valori che hanno dato al Paese gli strumenti per partecipare al miglioramento della vita degli uomini e delle donne, rappresenta un alto esempio di come si sta sui territori, come si vivono i rapporti all’interno di una comunità, piccola o grande che sia. Insegnamento, quello di Vincenza e Ciro, che sta dentro  l’evoluzione della scelta da loro compiuta, nel rigore con cui essa si afferma nelle azioni di ogni giorno.  Si deve al sacrificio di questi uomini  se la Basilicata ha potuto modificare, nelle profondità, le condizioni di arretratezza in cui era precipitata, per le negligenze e per l’assenza del più piccolo segno di vitalità delle classi dominanti del passato. Lo riconosceva anche Giustino Fortunato che del potere agrario era la più lucida e preoccupata espressione. Il ricordo del nostro amico e compagno Ciro Candido ci ha permesso di riflettere sullo stato presente della sinistra di Basilicata. Senza comprendere cosa veramente è accaduto negli ultimi anni, i guasti che si sono verificati al suo interno, ogni sforzo che si potrà compiere per risalire risulterà insignificante, se non proprio vano. Non saprei immaginare altro modo per ricordare Ciro. In  modo diverso si ricorda un mercante in disgrazia o un notabile del cortile.

Nicola Filazzola

scrittore,artista,poeta materano 

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L’immagine in evidenza è tratta dal sito della CGIL della Basilicata

Ho conosciuto Ciro Candido e Vincenza Castria alla fine degli anni ’60. Non si poteva conoscere l’uno separatamente dall’altra e viceversa. La storia di questi due coniugi si intreccia con le lotte che videro i contadini dell’agro del materano battersi, insieme ai braccianti e ai disoccupati di tante aree del Mezzogiorno, per la conquista di un pezzo di terra, assegnazione sempre promessa alla vigilia di ogni mutamento politico e sociale, e sempre puntualmente negata. I fatti di sangue, che quegli avvenimenti produssero, si verificarono un po’ ovunque (in Sicilia, in Calabria a Melissa) sconvolgendo l’esistenza di molte famiglie, di molte comunità. La morte si fermò anche in Basilicata, a Montescaglioso, una fredda notte di dicembre del 1949. A cadere, per il fuoco partito dall’arma di un agente di polizia, fu Giuseppe Novello. Vincenza, la giovane moglie e Filippo, il loro bambino (non aveva ancora quattro anni) rimasero entrambi privi del marito e del padre. Fu in seguito a questo triste episodio che Ciro, giovane guida dei comunisti di Montescaglioso, e Vincenza si conosceranno. Per la bracciante del piccolo paese della collina materana (poche scuole, nessuna formazione particolare) il dolore si trasforma in azione politica, il privato, l’intimo, diventano pubblico. Ciò che è accaduto non è stato un incidente, un capriccio della Storia, ma un atto criminoso perpetrato, con inaudita ferocia, contro il mondo disperato della campagna. Parte da qui, da questa presa di coscienza, l’impegno di Vincenza a non chiudersi, ma a dare, a quanto di doloroso le ha riservato la vita, un senso, ovvero, che il mondo si può cambiare, che va cambiato se si vuole uscire dal cono d’ombra nella cui oscurità la Storia ha confinato le popolazioni meno abbienti. Non era frequente, in questa parte del sud, vedere la donna condurre a fianco degli uomini le stesse battaglie: quelle di Vincenza e Ciro, per il superamento delle disuguaglianze e per l’affermazione dei valori democratici. Nulla da spartire con le donne viste razziare accanto ai briganti, una pagina questa che non si ha difficoltà a definire tra le peggiori scritte dalla Basilicata. Una ragione in più per riconoscere a questa donna profondamente mite, ma di saldi principi, il merito di aver tirato fuori, nel momento peggiore della propria esistenza, il coraggio di rompere la tradizione che voleva la donna vivere la sofferenza chiusa dentro le mura di casa. Scelta non affatto facile, << La resistenza della mentalità dominante è uno dei maggiori fattori frenanti della Storia>>, E. Labrousse. L’abbraccio della stessa causa porterà Ciro e Vincenza a legarsi anche sentimentalmente. Nel 1952 Candido è eletto sindaco. La mattina del giorno dell’insediamento, previsto per il pomeriggio, viene arrestato. Erano passati solo due anni da quando un altro sindaco, il socialista e poeta di Tricarico Rocco Scotellaro, era finito in carcere anche lui senza aver commesso alcun reato. Sorte peggiore toccò a Nicola Montefinese, giovane sindaco socialista di Ferrandina; nel 1921 fu assassinato da due sicari nel suo ufficio del Palazzo di Città (aveva solo ventisei anni ed era tornato dal fronte con una gamba spappolata). Questa era la risposta della conservazione contro chi si esponeva a difesa della società più debole. Passeranno alcuni mesi prima di vedere Ciro Candido esercitare pienamente le funzioni di primo cittadino. Persona fiera anche nell’aspetto, Ciro univa al rigore del militante un finissimo sarcasmo. La durezza dello scontro politico non aveva scalfito la sua natura di uomo capace di ironia; sapeva cogliere dagli eventi, anche i più dolorosi, gli aspetti positivi. L’esponente politico di Montescaglioso non era un frequentatore abituale della Federazione Comunista di Matera, della quale nutriva, nonostante gli sforzi fatti da Domenico Notarangelo durante la sua direzione (1970-1976) limiti e inadeguatezze. Frequentatore assiduo, invece, era il figlio Franco che, all’uscita dalla scuola, arrivava al partito, dopo una lunga corsa, per ritirare il “materiale politico”: manifesti, volantini, tessere da portare al paese. Gli interventi di Candido nelle riunioni del comitato federale che spesso mi capitava di seguire, pur non avendone mai fatto parte, erano improntati alla concretezza. A differenza del Candido di Voltaire, che scoprirà solo tardi i valori delle cose vere, il nostro Candido li conoscerà subito. L’esperienza di amministratore gli aveva fatto conoscere da vicino i problemi reali delle famiglie: il lavoro, la casa, la salute. Intransigente sino all’ultimo, Ciro è stato, del suo Comune, per tanti anni, il rappresentante politico più autorevole. Fedele al processo di emancipazione dei dimenticati, non si sottraeva al confronto, sia nelle istituzioni (è stato Consigliere Provinciale più volte) che nella vita di partito. I problemi di Montescaglioso cominciano a sorgere, per poi esplodere nelle forme che abbiamo conosciuto, quando Candido,” per raggiunti limiti di età” ( in realtà per la guerra di potere che si ingaggia al combattente di tante battaglie, le quali, prima ancora di essere state politiche, si sono affermate per l’alto valore civile ), non ricopre più alcun ruolo, né di partito, né pubblico. Parlando di lui non posso non ricordare anche quegli uomini che hanno condiviso gli stessi non facili momenti: Nicola Cataldo di Pisticci, Domenico Costantino di Irsina, Pietro Daraio di Grassano, Francesco Calviello di Matera; come non posso trascurare di ricordare il loro lavoro paziente, laborioso, spesso svolto in solitudine, con scarsi mezzi, indirizzato ad abbattere le divisioni sociali, così dure da sopportare negli anni immediati al conflitto mondiale. Sono stati tutti questi uomini con le loro qualità e i loro limiti a strappare alla massa ciò che abbiamo cominciato a chiamare popolo lucano. Persone che si sono caricate di responsabilità molte volte superiori alle loro stesse forze, che hanno pagato con il carcere, i processi, le privazioni, l’aver preso posizione in favore delle classi sociali più bisognose. Un patrimonio politico inedito a cui non si è mai reso sufficiente riconoscimento, come se le tante conquiste ottenute fossero state calate dall’alto e non fossero, invece, frutto dell’azione di chi non era più disposto a tollerare le ingiustizie sociali, rese ancora più insopportabili, per il dilagare della miseria che gli anni di guerra e una gestione della terra di tipo feudale avevano in modo impietoso accentuata. A loro, quando poco più che ragazzo scelsi di iscrivermi al PCI (non era di moda fare il comunista nella terra di Colombo, l’aspirazione per un giovane era il posto fisso, e non era il partito comunista che poteva assicurarglielo), andarono subito le mie ammirazioni. Di questi uomini ciò che più mi impressionava era la loro vita austera, lo stile improntato a misurare le parole. Per questi dirigenti della sinistra più accesa nelle lotte per il riconoscimento delle condizioni estreme cui erano costretti a vivere gli ultimi (per le responsabilità di un potere miope occupato a vedere crescere il proprio disfacimento, e perciò incapace di leggere lo stato di degrado raggiunto dalla parte più povera della popolazione della Basilicata), non esisteva altro mondo che quello dell’impegno politico; non c’erano soste davanti ai bar, chiacchiericci. Un’esistenza così dura sarebbe stata difficile da condurre senza forti ideali e passione. Siamo diventati, purtroppo, una regione che non trattiene niente, ci lasciamo scivolare tutto con grande disinvoltura e perciò tutto rimane tale e quale. Ciro Candido è andato via così come ha cominciato, non ha mercanteggiato la sistemazione dei propri figli nei sotto-uffici della Regione. Li ha visti andare via (Filippo, Franco e Lucio), a cercare altrove gli sbocchi professionali. Come il padre dei comunisti del materano Michele Bianco (il deputato che sin dal suo primo ingresso in Parlamento pose il problema della condizione disumana dei contadini e dei braccianti lucani), Ciro è rimasto a vivere in una casa popolare dove, tutte le volte che salivo al paese, non era raro che tornassi a salutarlo. Di quegli incontri, sempre pieni di cordialità, a colpirmi erano gli occhi umidi di Vincenza, le sue pupille come pietrificate. Non occorreva grande fatica per leggervi, a distanza di anni da quella notte tragica, i lampi dello sparo , un non mai placato terrore. Un percorso, quello di Ciro e di tanti altri protagonisti della vita politica e sociale delle nostre comunità, che incise profondamente nelle coscienze delle popolazioni, tanto da portare la sinistra comunista di Basilicata a essere tra le più forti del Paese. Una classe dirigente, quella che si era formata nelle lotte per la terra, che Gramsci non avrebbe esitato a definire aristocratica, per le qualità morali e per le competenze acquisite a stretto contatto con i problemi della gente. Sono state le loro voci a dare la parola ai contadini più poveri, che hanno aiutato il mondo rurale a uscire dalla secolare condizione di abbandono e arretratezza; l’ultimo sussulto di una realtà in progressivo disfacimento: basta affacciarsi nei comuni (i più, conservano ancora “l’aspetto severo e terribile” dei paesi descritti da Levi nel suo “Cristo”, lugubri presenze che fanno la felicità degli esteti dell’angoscia), per costatarne lo sfascio fisico, oltre che morale e civile. Una pagina della quale andare fieri che la nuova generazione di politici (alla guida delle comunità oggi arrivano personaggi pieni di boria, espressioni della vanità più accesa, sul piano etico, Croce, si sarebbe coperto gli occhi, per lo sconforto, nel vedere come costoro esplicano le funzioni di amministratori della cosa pubblica) si è buttato alle spalle. Il risultato è stato lo stravolgimento del significato stesso di sinistra. I rabberciamenti apportati a ogni cambio di stagione sono serviti solo a prolungare la permanenza al potere di un personale politico dedito esclusivamente alla cura di se stesso. Ciò ha dato luogo, e non poteva essere diversamente, conoscendo gli attori, a un vero sistema di degenerazione politica. In termini figurati, significa aver prodotto soltanto macerie, la più pesante, aver permesso l’estrazione del petrolio. Questo non mi impedisce di aggiungere (non farlo, si commetterebbe una grave ingiustizia nei confronti di coloro che si sono accostati alla politica anteponendo, agli interessi personali, l’affermazione degli ideali socialisti) che fenomeni poco edificanti: la presenza dell’avventuriere tra le file della sinistra, non ci siano stati un po’ ovunque, anche in tempi lontani da noi. Non sono mancati, anche nei momenti più fulgidi della vita delle organizzazioni degli operai e dei contadini, i frusculi e i frusculicchi. Basta andare a rileggere Gramsci, fustigatore di “mandarini” e “carrieristi”, per avere conferma di come il movimento operaio e sindacale fosse stato attraversato, sin dalle sue origini, anche da opportunisti, da personaggi poco raccomandabili. La vicenda umana e civile di Ciro e Vincenza, ancora oggi, per chi è assetato di quei valori che hanno dato al Paese gli strumenti per partecipare al miglioramento della vita degli uomini e delle donne, rappresenta un alto esempio di come si sta sui territori, come si vivono i rapporti all’interno di una comunità, piccola o grande che sia. Insegnamento, quello di Vincenza e Ciro, che sta dentro l’evoluzione della scelta da loro compiuta, nel rigore con cui essa si afferma nelle azioni di ogni giorno. Si deve al sacrificio di questi uomini se la Basilicata ha potuto modificare, nelle profondità, le condizioni di arretratezza in cui era precipitata, per le negligenze e per l’assenza del più piccolo segno di vitalità delle classi dominanti del passato. Lo riconosceva anche Giustino Fortunato che del potere agrario era la più lucida e preoccupata espressione. Il ricordo del nostro amico e compagno Ciro Candido ci ha permesso di riflettere sullo stato presente della sinistra di Basilicata. Senza comprendere cosa veramente è accaduto negli ultimi anni, i guasti che si sono verificati al suo interno, ogni sforzo che si potrà compiere per risalire risulterà insignificante, se non proprio vano. Non saprei immaginare altro modo per ricordare Ciro. In modo diverso si ricorda un mercante in disgrazia o un notabile del cortile.

Nicola Filazzola
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2 commenti

  1. Nicola Filazzola,
    É artista a tutto campo, ma é stato ed é militante coerente della sinistra sociale e il suo vivido contributo partendo da Ciro Candido ha fatto una carrellata sulle lotte per l’occupazione delle terre degli anni’50 e sulle successive ricadute sociali .
    Limpida e appassionata analisi

  2. Le testimonianze di Nicola Filazzola sono le più preziose di tutte perché non contengono un grammo di retorica. Non sono rivolte soltanto a chi condivide i suoi ricordi ma soprattutto ai giovani che abbiamo colpevolmente abbandonato a un mondo ormai privo di ideali.
    David

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