di Benito Visca

Erano i primi degli anni ’60, frequentavo la facoltà di giurisprudenza,
collaborando
intanto con uno studio legale specializzato in materia
di lavoro e scrivendo qualche corrispondenza per “l’Unità”.
Da un anno mi ero iscritto al PCI, creando qualche dissapore in famiglia.
Un giorno ricevo una telefonata da Andrea Geremicca, redattore capo
de “l’Unità” di Napoli, il quale mi invita ad andarlo a trovare perché
aveva una proposta per me. La mattina dopo ero da lui che,
dopo avermi accolto con amicizia e semplicità, mi chiede se ero disposto
a lavorare al giornale a tempo pieno. Era esattamente quello che desideravo.
Mi colse un improvviso senso di felicità, realizzavo in un istante quanto
avevo sognato da sempre: essere giornalista militante. Ero così felice
che sarei rimasto a lavorare in quel momento stesso, ma
rimandai tutto al giorno seguente. Avevo infatti bisogno di organizzare
le mie cose: casa, famiglia, fidanzata, questioni personali,
prima fra tutte il rapporto con lo studio professionale che a quel
punto avrei messo in crisi.
Il giorno seguente ero in redazione, via Angiporto Galleria, una vecchia
sede de “il Mattino”, già frequentata da Matilde Serao e Giovanni Ansaldo e più tardi dai migliori giornalisti di sinistra, da Francesca Spada a Renzo
Lapiccirella, a Ermanno Rea e da tanti intellettuali vicini al PCI, tra cui Renato Caccioppoli, geniale matematico e nipote di Bakunin.
Entrai immediatamente in relazione con tutti i miei nuovi colleghi e
compagni, da Nora Puntillo e Lina Tamburrino, che più tardi
passerà a “Rinascita” e sarà corrispondente dalla Cina di quel giornale,
a Giulio Formato, maturo e sperimentato “nerista”, a Sergio Gallo,
e poi al fotografo Franco Feliciotti, al collaboratore di sport Michele Muro,
al “ragazzo” di redazione Mario Riccio, che diventerà il fotografo
ufficiale del giornale, al critico musicale e teatrale Sandro Rossi e
infine all’autista Giovanni Paesano. Completava l’organico Gennaro
Pinto
, responsabile della diffusione del quotidiano.


I tempi del giornale erano contingentati. In mattinata, più o meno verso le 11/12, riunione di redazione: esame delle notizie, definizione del menabò (bozza grafica delle pagine del quotidiano), attribuzione dei compiti a ciascuno. Il complesso delle notizie doveva essere imbustato e consegnato tramite commesso al capotreno del “serale” per Roma delle 20 circa, il quale a Roma lo avrebbe consegnato al commesso de “l’Unità” nazionale che Io avrebbe a sua volta portato al giornale per la composizione e la stampa. Tutto doveva essere realizzato nei tempi previsti, un qualsiasi ritardo avrebbe provocato ritardo nell’uscita del giornale in edicola. Io dovevo occuparmi della cronaca sindacale e lavorare d’intesa con la Tamburrino e viceversa.
Dalla prima riunione redazionale già avevo capito quali erano i miei compiti: informarmi delle iniziative sindacali della giornata (ma questo avveniva già il giorno precedente), delle agitazioni aziendali, degli scioperi provinciali e regionali, oltre che delle adesioni agli scioperi nazionali, intervistare i dirigenti sindacali locali e aziendali, acquisire le ragioni degli scioperi o delle agitazioni, raccontarne lo svolgimento seguendoli nella loro realizzazione. Insomma, raccontare il mondo operaio e del lavoro dipendente nelle sue varie manifestazioni, facendone sempre partecipe il lettore e portandolo alla comprensione anche del livello emotivo, personale e collettivo, con il quale ciascun lavoratore aderiva al proprio mondo e alle sue lotte. In quegli anni Napoli era attraversata quasi quotidianamente da scioperi e le ragioni della loro proclamazione erano tante: la crisi di settori, quella delle principali fabbriche dell’area metropolitana e della regione, il rinnovo dei contratti, l’applicazione delle norme fondamentali a difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Operai e tecnici vivevano lo spirito del tempo e partecipavano alle lotte con spinte unitarie. Ai metalmeccanici, ai chimici, ai tessili, ai lavoratori di piccole e grandi fabbriche si aggiungevano via via autoferrotranvieri, postali, lavoratori del porto e delle grandi amministrazioni locali. Ormai non c’era giorno in cui non vi fosse in corso una protesta o uno sciopero che spesso si traducevano in scontri, anche violenti, con le forze di polizia che tentavano in ogni modo di impedire alle masse in lotta di raggiungere le sedi istituzionali in cui spesso si discutevano le loro sorti.
Io ero sempre presente, spesso coinvolto mio malgrado negli scontri. Ormai gran parte dei lavoratori mi riconosceva e mi accoglieva con entusiasmo, sentiva che “l’Unità” era con loro e avrebbe riportato le loro ragioni di lotta, che molti giornali ignoravano o ne negavano il diritto a sostenerle.
Spesso si arrivava allo scontro, i poliziotti caricavano e picchiavano, gli operai reagivano con la forza che veniva loro dalla consapevolezza di difendere i propri diritti.

1964. Dicembre. Incontro operaio all’Unità. Alla sua sinistra Andrea Geremicca. Alla sua destra Aldo Daniele. ( Foto di Franco Feliciotti. Archivio Mario Riccio-Infinitimondi )


Insieme a Franco Feliciotti eravamo sempre dentro gli scontri, Feliciotti fotografava, io memorizzavo quanto accadeva, spesso succedeva che Feliciotti veniva minacciosamente avvicinato da poliziotti con l’intento di ritirargli la macchina fotografica, a qual punto entravo in scena avvicinandomi al fotografo che mi consegnava furtivamente la macchina fotografica e subito dopo prendevo la fuga rifugiandomi nella massa degli operai, che provvedevano a coprirmi e difendermi. Questa situazione si svolgeva spesso, tranne in una occasione, in cui un poliziotto riuscì a colpirmi col calcio del moschetto alla nuca, caddi semisvenuto e i lavoratori mi vennero in soccorso impedendo ai poliziotti di portarmi via. Fui invece portato all’ospedale “Pellegrini”, dove nel pomeriggio venni dimesso. Nel cortile dell’ospedale mi attendeva però una “pantera” della Polizia in cui fui costretto a entrare e fui portato in questura, dove venni sottoposto a una specie di interrogatorio fatto di minacce e qualche violenza fisica. Intanto qualche compagno aveva avvertito la Federazione del PCI, i cui dirigenti chiamarono immediatamente Massimo Caprara, impegnato in seduta alla Camera dei deputati. Caprara colse l’occasione per denunciare al ministro degli Interni, presente anche lui in aula, l’accaduto e questi ordinò al questore di provvedere al mio rilascio, che avvenne ormai in serata. Fu per me una giornata dura, che ricordo vivamente ancora adesso. Ma intanto le lotte operaie si facevano sempre più intense, la classe operaia sentiva che era vicina a una svolta e che le lotte richiamavano sempre più l’adesione di giovani e intellettuali e di interi strati borghesi. Anche nel giornale in qualche modo i rapporti erano cambiati: la redazione de “l’Unità” era ormai diventata un centro aperto di confronto e di discussione, tra noi redattori e con quanti avevano voglia di discutere e confrontarsi sugli avvenimenti in corso, sui cambiamenti intervenuti e si discuteva fino a notte.


Dopo la chiusura del giornale la redazione diventava praticamente un punto di incontro di scrittori, curiosi, intellettuali, economisti, sindacalisti.
Cominciavano a farsi vedere Luigi Incoronato, Vittorio Viviani, qualche volta Luigi Compagnone o Luigi Cosenza, filosofi e critici: c’era fame di sapere, conoscere gli ultimi avvenimenti, commentarli e stare insieme.
Luigi Incoronato, nonostante il successo del suo romanzo “scala a san Potito” sembrava sempre alla ricerca di qualcosa che non arrivava mai, insoddisfatto, triste e raccolto in se stesso, ma sempre disponibile verso tutti, caritevole e nello stesso tempo bisognoso di tutto o quasi. Era quello che rimaneva sempre insoddisfatto di una discussione che si interrompeva per l’ora tarda, e tante volte la discussione continuava a casa mia, dove Luigi portava i suoi ultimi lavori e li leggeva a me e mia moglie e li commentavamo, e così spesso passavamo intere domeniche di primavera, fuori la balconata di casa, a inseguire le nostre voci e i nostri pensieri. Luigi era trasparente come un fanciullo, ma complesso e addolorato come un vecchio combattente in cerca della sua vita o di un motivo per viverla.
Vittorio Viviani, colto e arguto, da parte sua era impegnato a finire il suo romanzo “la danza sul vuoto”, arrivava in redazione inquieto e apprensivo e ci raccontava come procedeva il romanzo, chiedeva conferme, cercava sempre qualcuno che gli dicesse che tutto andava bene, che poteva andare avanti, e si sentiva soddisfatto. Ma il giorno dopo gli tornavano dubbi e incertezze e la ricerca di conferme.
Il più versatile era tuttavia Luigi Compagnone, che aveva da poco pubblicato “l’amara scienza”, poliedrico, curioso, impegnato in mille progetti per il teatro, la radio, anche se la scrittura rimaneva il suo terreno privilegiato.
Spesso, in occasione delle edizioni speciali de “l’Unità” eravamo costretti a trasformarci in manovali, sostituendoci al lavoro dei ferrovieri addetti al carico e scarico delle merci. Succedeva che il treno che trasportava i giornali verso Sud intorno a mezzanotte faceva una breve sosta nella stazione di Aversa, insufficiente perché gli addetti al treno potessero scaricare la quantità di pacchi di giornale diretti alla Campania dal vagone che li conteneva e dunque ci prendevamo noi il compito di trasferire i giornali dal treno al furgone che li avrebbe portati a Napoli. Anche questa era un’esperienza che tutto sommato ci divertiva: arrivavamo ad Aversa in tempo per la cena, mangiavamo cose buone e saporite, poi via al treno e la fatica di scaricare i giornali. Tutto era collegato ai tempi necessari e precisamente programmati.
Insomma, ci trasformavamo in una redazione di giornalisti proletari, impegnati intellettualmente e fisicamente e scherzavamo su questa nostra multifunzionalità.

Bei tempi, insomma, bel lavoro, eseguito sempre con misura e attenzione, rispettosi sempre della materia che in quel momento trattavamo e dei soggetti in essa coinvolti, fossero anche sindacalisti o persone che condividevano il nostro mondo politico.
Nella nostra giovane età imparavamo tantissimo, innanzi tutto il rispetto della dignità delle persone, la pietà per i più deboli, l’abitudine a trattare ognuno con egual misura, a non chiuderci nel nostro lavoro, pronti a trasferirne la parte migliore a chi aveva voglia di intraprenderlo. Fu per questo che di tanto in tanto insegnavo a Mario Riccio ad abbozzare qualche “nera” e Mario imparò presto, ma si rivolse subito alla fotografia.
Insomma, la redazione de “l’Unità” era diventata una vera scuola di giornalismo, dalla quale passarono decine di giovani che alla chiusura del giornale passarono ad altri giornali, o alla RAI, dove provarono subito le loro capacità e furono in grado di coprire posizioni di prestigio, da inviati o da direttori o da editorialisti.
A metà degli anni ’60 mi chiamò Giorgio Napolitano, allora segretario provinciale della Federazione napoletana del PCI. In termini molto seri mi disse che il Partito aveva bisogno di rinnovare il proprio quadro dirigente, che aveva letto le mie cronache sindacali e che gli sembravo una risorsa su cui il Partito poteva puntare, sicuro del proprio investimento. E mi chiese dunque di iniziare un periodo di esperienza politica direttamente nei ranghi del PCI, ma non ricorse a nessuna forzatura. Mi lasciava qualche giorno per rifletterci, “ma riflettici bene”, concluse.
La scelta non fu facile, amavo troppo il giornalismo per dedicarmi ad altro, anche se mi sembrava più impegnativo. Dopo circa una settimana tornai da Napolitano e gli dissi “va bene, proviamo”. Fui assegnato alla segreteria del Comitato cittadino, il segretario era Massimo Caprara. E cominciò per me una nuova storia, esaltante e dolorosa, ma fortemente educativa e segnata dalla vocazione di essere sempre vicini ai più bisognosi per essere migliori.
Passarono molti anni, il Partito conobbe la caduta del muro di Berlino, lo sfaldamento del mondo comunista e la ricollocazione della sua politica. Cambiò anche “l’Unità” che fu trattata come un qualsiasi giornale, passando da editore a editore, tutti molto poco qualificati e soprattutto poco a conoscenza della storia di quel giornale, che- va ripetuto, se fosse necessario- fu fondato da Antonio Gramsci nel 1924 e nel corso di più di mezzo secolo ha segnato la storia d’Italia e quella dei suoi operai, dei suoi lavoratori e degli italiani tutti.
Benito Visca

LA PRIMA PUNTATA : https://www.centoannipci.it/2021/02/27/i-ragazzi-di-via-cervantes-lunita-di-luigi-vicinanza/

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9 commenti

  1. Ho conosciuto Benito Visca a Napoli ma non ho mai saputo che aveva un retroterra così importante all’Unità. Comunque il suo è un gran bel pezzo. Grazie per averlo sollecitato e pubblicato a Gianfanco Nappi.

  2. Un grande abbraccio a Benito uno dei compagni più aperti al dialogo che abbia mai incontrato nella mia vita.

  3. Una testimonianza bellissima che ci fa rimpiangere anni duri ma di grande fervore intellettuale e politico. Grazie Benito!

  4. Veramente interessante.
    Grazie Benito

  5. L’ultima volta che ho parlato con Benito Visca fu durante un Comitato federale del PCI organizzato, chi sa perché, nella casa del Popolo di Ponticelli.
    Erano credo gli anni 80, la riunione doveva essere particolarmente importante era prevista un’intera giornata di dibattito con relativa una pausa pranzo.
    Io ero il giovane segretario della sezione Aeritalia, da poco nominato nell’organismo federale, ed ero seduto nelle ultime file della sala.
    La riunione era ripresa dopo un pranzo con pizze di scarole preparate dalle mogli e offerta dai compagni della sezione PCI di Ponticelli.
    Fu una lunghissima giornata iniziata alle 10 del mattino con la relazione di Eugenio Donise e proseguita da interventi di decine di compagni, molti dei quali critici ed ermetici. Per me, che ero attentissimo alla discussione, un supplizio massacrante.
    Nel pomeriggio, ero stanco, annoiato e speravo che quella riunione finisse quanto prima, verso le quattro non riuscivo a resistere al sonno e alla stanchezza e a un certo punto crollai e ad alta voce, mi scappò un urlo che credo molti sentirono.
    Alla mia sinistra era seduto casualmente Benito Visca e alla destra Berardo Impegno. Scoppiarono a ridere e Benito mi disse, ” tranquilllo, fa parte del gioco, vedrai, ora che sono tutti stanchi, approveranno la relazione e andremo presto via”.
    “Quando le riunioni sono difficili, devono essere eterne”, aggiunse divertito Impegno, ” bisogna fare sfogare gli insofferenti, così si stancano e si rassegnano alla maggiornaza”.
    Avevo seguito durante la giornata tutti gli interventi dei numerosi compagni, le critiche, accuse velate e minacce di rotture, ero sicuro che la riunione sarebbe durata ancora molte ore, invece, dopo pochi come avevano anticipato Benito e Berardo, improvvisamente tutto terminò come se fosse calata un’improvvisa bonaccia.
    A richiesta della presidenza tutti votarono la relazione di Donise e l’incontro si concluse.
    Io scappai finalmente libero verso l’uscita per correre alla macchina e raggiungere mia moglie che mi aspettava da almeno un’ora in centro città.
    Prima però guardai divertito Visca e Impegno pensando a quanto fossero simili e vive le intelligenze di quelle due persone che tutti rappresentavano profondamente diverse e contrapposte.
    Da allora, e per molti anni, anche quando la politica non è più stata una priorità tra i miei interessi, ho continuato a pensare che quelle due fossero le teste più lucide del Pci napoletano.

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